lunedì 9 giugno 2014

L'accumulo patologico (art di Laura Gazzella)


Vi propongo un articolo molto interessante di Laura Gazzella tratto dal sito www.crescitapersonale.it
 
     LA DISPOSOFOBIA: BUTTARE VIA? O CONSERVARE? QUESTO È IL PROBLEMA
Quante volte prima di buttare via un oggetto avete pensato: “Mah, forse lo tengo, non si sa mai possa tornare utile …”? Tendenzialmente tutti noi siamo propensi a non liberarci facilmente di ciò che ci appartiene, ma c’è chi ha un problema così forte a buttare via le cose, a distinguere quel che è importante da quel che non lo è, da sviluppare un vero e proprio disturbo: la disposofobia. Cosa è? Vediamolo insieme
Di
La disposofobia viene spesso definita come “sindrome di accumulo compulsiva” e definisce la tendenza patologica a mettere da parte masse di oggetti inutili fino a rendere inabitabili intere aree della propria casa o comunque compromettendo fortemente la vita degli individui interessati, sia perché questi praticano il disordine fino alla disperazione, sia perché sono costantemente costretti a giustificarsi per il caos con i parenti o il partner.
Ma perché i disposofobici lasciano così tante cose in giro? Diversi studiosi hanno scoperto che gli “accumulatori” compulsivi sono spesso eccessivamente coinvolti nei confronti delle loro cose. Ogni vecchia lista della spesa, ogni penna esaurita, vengono percepite come parte della propria persona e della propria storia, dunque oggetti che agli occhi dei più apparirebbero senza valore, per i disposofobici hanno una grande importanza emotiva. Esiste inoltre un accumulo “strumentale”, come quando chi soffre di disposofobia non butta il phon o il tostapane vecchio nell’idea di un’utilità futura.
L’accumulo di oggetti procede di pari passo con le difficoltà nella pianificazione e nell’organizzazione: per esempio chi è affetto da disposofobia ha “categorie” mentali più limitate rispetto agli altri e in più ha problemi nel catalogare oggetti.

La disposofobia e la presa di decisione                                               

Alcune ricerche nel campo delle neuroscienze mostrano che i cervelli di coloro che soffrono di disposofobia elaborano il problema “buttare o conservare?” in maniera profondamente diversa dai cervelli delle persone “normali”. In particolare la corteccia prefrontale ventromediale reagisce in maniera più marcata quando si chiede ai soggetti con sindrome da accumulo di buttare vecchi giornali o barattoli di conserva vuoti. Questa regione cerebrale viene sollecitata tra l’altro in caso di prese di decisioni difficili, per esempio quando si tratta di valutare sentimenti oppure argomenti razionali. Tale dato si sposa bene col fatto che i disposofobici mancano di capacità decisionale.

La disposofobia: guardare al di là dei mucchi selvaggi                    

Quando un individuo riconosce come esagerata la propria mania di mettere da parte oggetti, di accumularli in maniera sfrenata, dovrebbe rivolgersi ad uno psicoterapeuta professionista. Purtroppo l’aspetto problematico della disposofobia è proprio quello che nella maggioranza dei casi l’accumulare compulsivo non viene riconosciuto finché il paziente non si sottopone alla terapia per altri problemi. Questo accade per molti disposofobici che oltre ai disturbi compulsivi sono particolarmente soggetti a depressioni, ansie e disturbi alimentari.
Una terapia efficace prevede diverse prescrizioni ed esercizi per imparare a riorganizzarsi al meglio e a prendere decisioni, e in modo da portare i pazienti anche a riconsiderare il loro rapporto con gli oggetti vecchi, rotti o privi di valore.



giovedì 8 maggio 2014

GENITORI E NONNI NEL 2014

Ieri sera prsso la Biblioteca di Melegnano grande partecipazione alla conferenza "Genitori e nonni nel 2014", tematica molto attuale a fronte dei cambiamenti dell'assetto sociale della famiglia moderna.
La conferenza è frutto dell'attività delle psicologhe e dei legali del Centro Familia di Melegnano in collaborazione con l'Utem, Università Terza Età Melegnano.

grazie a tutti coloro che hanno partecipato con interesse!!






giovedì 24 aprile 2014

La fantasia e il confronto con la realtà

"Gli amici che vi amano e appoggiano calorosamente la vostra vita creativa sono il miglior sole del mondo. Se una donna, come la Piccola Fiammiferaia, non ha amici, si congela per l'angoscia e talvolta anche per la collera. E se ne ha, non sempre sono un sole. Magari le offrono conforto invece di aprirle gli occhi sulla situazione sempre più congelata in cui si trova. Il conforto è cosa diversa dal nutrimento. Se portate una pianta fuori, al sole, le date da bere, e poi le parlate, questo è nutrimento.
La donna congelata priva di nutrimento tende a elaborare continui sogni a occhi aperti, sul come sarebbe se. Ma anche se è in questo congelamento, specialmente se si trova in una siffatta condizione, deve rifiutare la fantasia confortevole. E' una fantasia che uccide. Sapete bene come vanno le fantasie letali: Un giorno... e Se solo avessi... e Lui cambierà... e Se solo imparassi a controllarmi... quando sarò davvero pronta, quando avrò X.Y.Z, quando i bambini saranno grandi, quando mi sentirò più sicura, quando troverò un altro, non appena... e così di seguito.
Quando le donne sono distaccate dall'amore capace di alimentare della madre selvaggia, seguono l'equivalente di una dieta per la sopravvivenza. L'io tira avanti con lo scarsissimo alimento che trova fuori, e ogni notte lei ricomincia da dove ha cominciato. E poi dorme, esausta."



Tratto dal libro "Donne che corrono coi lupi"


NUOVI EVENTI AL CENTRO FAMILIA. Vi aspettiamo!!!!

lunedì 17 marzo 2014

EDUCARE SENZA URLARE


Articolo di Laura Gazzella tratto da
www.mammeunite.it



L’aggressività di un adulto ha generalmente radici che affondano nell’infanzia, quando bisogna soddisfare alcune necessità fondamentali come un buon legame con la figura di attaccamento, essere autonomi, avere un ruolo: la negazione di questi bisogni può dare luogo a forme di aggressività e violenza che servono a comunicare il mancato appagamento dei bisogni primari. In questo senso, anche nel bambino aggressività e violenza, attraverso un mosaico di comportamenti tra cui il fare i capricci, sono forme di comunicazione con cui i più piccoli ci informano di un loro disagio. I capricci infatti possono essere correlati all’aggressività e generalmente il piccolo presenta delle problematicità: può starsene isolato, fare clamorose urla, sottrarre oggetti, praticare atti vandalici e, quando è più grande, dimostrarsi sessualmente disinibito o esibire forme di aggressività sessuale.

I capricci dei bambini sono condizionati principalmente dai centri emotivi, in primo luogo dall’amigdala, che può scatenare emozioni violente; questo perché la corteccia cerebrale di un bambino, specialmente quella frontale, è ancora lontana dal raggiungere la completezza.
Tuttavia stare calmi e controllarsi, anche a scuola, non dipende solo da una forma di autodisciplina che fa capo alla supervisione esercitata dalla corteccia cerebrale, ma anche dalla comprensione delle regole sociali e morali. La maggior parte dei bambini di età inferiore ai 5-6 anni ha una scarsa comprensione di che cosa sia socialmente accettabile al di fuori del compiacere i genitori: nonostante ciò, anche a questa età è facile distinguere tra chi si abbandona ad una violenta esternazione delle proprie emozioni e passa al cosiddetto acting out – capricci dei bambini o aggressività manifesta e incontrollata – e tra chi cerca solo di essere assertivo e di rivendicare le proprie ragioni e la propria individualità.

Riconoscere i capricci dei bambini e capire come gestirli

Molte situazioni possono scatenare comportamenti aggressivi e capricci dei bambini ed essere quindi prevenute: in genere la stanchezza, il rumore, la fame, la mancanza di sonno, le tensioni familiari sono cause scatenanti. Quando i bambini sono molto eccitati dimenticano le norme che vengono rispettate in situazioni normali. I genitori che hanno a che fare spesso con i capricci dei bambini e si chiedono come gestirli dovrebbero considerare che le attività motorie favoriscono l’affiatamento e l’empatia, e incoraggiano i bambini a giocare insieme; al contrario un bambino che non ha modo di giocare e di esplorare liberamente l’ambiente può manifestare varie forme di aggressività o adottare comportamenti prepotenti per ottenere attenzione, per essere riconosciuto.

Inoltre di fronte ai capricci e al pensiero di come gestirli i genitori dovrebbero considerare che punire il proprio bambino per una condotta aggressiva, spesso nei confronti dei fratelli, in mancanza di attenzione ed empatia da parte dei genitori, sembra apparentemente una soluzione giusta ed adottata da molti, ma in realtà se il bambino è trascurato la punizione può avere un effetto paradossale perché può essere percepita come una forma di attenzione, anche se in senso negativo.
Un adulto dunque nel riconoscere i capricci e nel capire come gestirli deve sapere quali sono i detonatori dell’aggressività e tenere presente che rispondere ai comportamenti violenti di un bambino con comportamenti violenti non fa che innescare il circolo vizioso: bisognerebbe invece rispondere ai capricci con calma, indicando ai piccoli che vi sono altri modi per esprimersi, e favorendo i giochi all’aria aperta. Inoltre, è bene ricordare che anche a 10-11 anni un bambino è sempre un bambino, dotato di un cervello ancora in formazione in grado di assorbire valori positivi o negativi, legati a quelli proposti dagli adulti che lo circondano.